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Dumat by airagitt
Dumat
Dumat the Dragon of Silence in a human form. For an art battle Dragon Age: Religions of Thedas at CGHell.com (cghell.com/battles/64)

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Last Remnants of the War by CKGoksoy
Last Remnants of the War
30 mins speedpaint 

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Avevano assicurato la ragazza nella stessa posizione occupata poco tempo prima dal pilota- un clone di suo padre, un insolente ragazzino dagli occhi di smeraldo, avvolto in una gibbosa giacca di pelle e che si era dimostrato sufficientemente scaltro da sfuggirgli. Il suo primo passo falso. Il secondo era la ragazza, dritta davanti ali, ed era così concreta, adesso, che allungò una mano nella nebbia.
Un’allucinazione della mia mente. Ci vorrà tempo, allora, più di quanto mi fossi aspettato. Speravo di addormentarmi- forse è così, forse devo solo lasciare che i pensieri scorrano. Sarà tutto finito, presto. Non sentirò più niente.
Il pensiero lo consolò.
Richiuse gi occhi; la circolazione risentiva del freddo, e, nella tenebra delle palpebre abbassate, miriadi di piccole scintlle esplodevano- fuochi di feste lontane, o sciami di piccoli pesci luminosi che si rincorressero nei fondali marini.
Se il blaster dell’uomo-scimmia aveva fatto il suo lavoro, una parte dei tessuti era ormai sufficientemente compromessa da provocare un’emorragia interna. La sensibilità della parte era quasi completamente andata, e il braccio destro, schiacciato fra fianco e terreno, così da premere sui centri del dolore, si stava rapidamente addormentando.
Una corrente fredda si diramava da muscolo a a muscolo, lasciando un breve formicolio e poi null’altro che infinito torpore.
Se furia gli era rimasta, fu furiosamente che tornò a concentrarsi sulla visione.

Rey stava sognando. Un nero sogno di immagini confuse, che agitava il suo respiro.
L’aveva osservata, oh, così a lungo, che gli era sembrato di invecchiare e trascorrere una vita seduto stancamente sullo stesso sgabello, intento a contemplarla, mentre gli anni non imprimevano solchi sulla sua fronte rotonda. Invecchiare con il mondo chiuso fuori dalla porta, ridotto ad una bolla di suoni- il sordo muggghiare dei motori, e il clangore ritmato delle pattuglie, un-due, un-due, un-due... Ogni cosa oltre alla soglia sarebbe stata fermento, fuoco, frastuono: dentro le pareti di alluminio, lui avrebbe vegliato i resti del suo sangue- quel viso che sembrava impresso nella sua mente da millenni.
La calma, il tepore, il silenzio avrebbero sgretolato la sua maschera, corroso il metallo, dissolto la trama dei tessuti. Sarebbero vissuti nudi e senza nome e immersi nel tempo, come se non fossero mai venuti alla luce.
Scosse la testa e ringhiottì il desiderio.


Le cose non stanno come le vorresti far stare.


La ragazza vestiva di stracci, e da questi stracci sabbia colava, a ogni tremito della sua persona, colpendo il pavimento con un tintinnio, come se migliaia di infinitesimali biglie vi rimbalzassero sopra.
Le mani erano avvolte in fasce di tela- le sollevò, senza ottenere resistenza: piccole mani, dalle dita quasi infantili, ma coperte di calli, come se appartenessero a una vecchia.
Doveva farsi strada fra le dune con un bastone o una qualche sorta di pertica, perché la pelle dei polpastrelli era consumata dagli esiti di vesciche mal rimarginate, che deviavano i tortuosi sentieri scavati dalle linee del palmo. Sembrava che sabbia e vento vi avessero condotto infaticabile opera d’erosione.
L’arma con cui aveva tentato di colpirlo era un vecchio blaster, marchiato con il simbolo della Ribellione. Non un genere di arma che una mendicante avesse ragione di indossare: forse proveniva da uno degli innumerevoli sgabuzzini pieni di simile ferraglia, di cui il Falcon era disseminato. Le braghe erano in più punti macchiate di ruggine e terra, e scolorite tra le cosce dall’attrito e dall’orina. Piccole miche traslucide scintillavano in brevi barbagli fra le pieghe della stoffa, nelle scanalature del cuoio indurito degli scarponi e sotto le unghie- alcune masticate, quella dell’indice schiacciata nel letto, come se avesse ricevuto un violento colpo.
I denti, però, erano sani: segno che la ragazza non era del tutto denutrita.
I capelli, sudati, si incollavano ai lati del capo e sull’ampia fronte corrucciata: poteva odorarli persino al di sotto della maschera, ma non gli suscitarono il ribrezzo che si aspettava.


Una debole aura, tutta intorno a lei; una povera cosa, in confronto alla sua, che increspava i contorni delle cose, quando la forzava a imbrigliare la sua furia.
Ma era quel pigolio di luce che lo aveva deciso all’azzardo. Una ragazzina di meno che vent’anni su Jakku, sola, intrepida, e con un’impronta ancora acerba di Forza che le ondeggiava intorno come un impalpabile velo d’acqua- la più splendida delle vesti, ai suoi occhi.
Tentò i percepire il sogno della ragazza-sole: riusciva a vedere i contorni slabbrati dalle radiazioni e poi, con fatica, una bambina che urlava al cielo slavato, gli occhi stretti come serpenti, incredibilmente rossi e bagnati e gonfi. Piangeva e gridava fin quasi a soffocare, contro l'indifferenza dell'azzurro; le vene del suo piccolo collo pulsavano di impotenza.
Un’ingiustizia. Una delle tante che loro ci fanno, e per le quali non chiedono mai scusa.
Gli era così familiare, l’ingiustizia, e l’aveva provata così tante volte che, ben presto, aveva imparato a nutrirsene; era un pasto rovente, acido, che gli graffiava la gola ma, in cambio, aveva avvertito il Rancore crescere e scorrergli nelle vene come oro fuso- un insesausto torrente di forza, dal quale attingere senza fine.

Altre immagini si susseguivano: la bambina cresceva, sempre più sola e persa in bilico fra precipizi di terra bianca e cieli smaltati, con la faccia abbeverata nelle nuvole, spiando una scia di condensa, un’insolita luminescenza, una qualsiasi irregolarità che annunciasse la discesa di un salvatore. Del quale, ormai, l’attesa stessa aveva preso il posto e confuso i contorni: Rey non ne ricordava più il volto.
E Kylo, Maestro dei cavalieri di Ren- conficcarsi un chiodo nel cuore sarebbe stato meno penoso, adesso, che chiamare se stessi Ben- ricordava la morsa dei muscoli cervicali, esausti dopo ore di avide ispezioni del cielo, faccia in su, aspettando di riconoscere la sagoma del Falcon che scivolava verso terra, placido come una vela su un nastro di acque.
Loro se ne vanno, loro ritornano, e per loro rimane tutto come lo hanno lasciato. Ma per noi, Rey- è così che ti hanno chiamato? Rey, per noi è diverso, non è vero?
La ragazza crollò il capo di lato, e leggermente in avanti. Gli sembrò che annuisse.
Che altro hai in quella testolina balzana, scarabeo?
Vide un lungo corridoio bianco crollare come tessere del domino, e vide se stesso, un fulmine nero, che agitava la spada e incendiava le ombre attorno a sé. Si vide arrancare, bruno e rosso, in una candida desolazione- una faggeta ai margini della notte. E vide che le sue spalle erano gravate dal Peso. Dal sangue di suo padre.
E’ così che avverrà. E’ già scritto. E’ inevitabile.
Si ritrasse da lei, inorridito, mentre, da qualche parte di lui, la Bestia si compiaceva e gli sussurrava non è colpa tua, è questo il destino. Adempi il destino, Kylo Ren, come è scritto nella Forza, nel sangue; il patricidio è connaturato alla tua famiglia, e tu non puoi opporti all’ordine delle cose, alle loro concause. Non era forse questo che Luke ti ripeteva sempre, quando tu eri così sperso e ferito, e gli chiedevi compassione, e calore, e lui rispondeva con la sua logica, la sua aritmetica delle emozioni jedi? "L’ordine e l’armonia delle cose non devono essere ostacolati".
E Luke era davvero lì, nella testa della ragazza scarabeo.
Un baluginio- era la protesi metallica del suo maestro. La ragazza lo aveva visto, e c’era una spada, da qualche parte, ma l’immagine era confusa ed era impossibile stabilire dove l’avesse presa e dove adesso la conservasse- se l’aveva ancora lei o qualcuno dei suo compagni. Ma Kylo, maestro dei Cavalieri di Ren, ebbe l’impressione che si trattasse di quella stessa spada che andava cercando ormai da anni e, per un attimo, avvertì un impeto di intensa gelosia per la fangosa ragazzina che l’aveva preceduto.
Dimmi dove l’hai messa. Dimmi com’era fatta.
La ragazza chinò la testa come un fiore al tramonto, poi si scosse e aprì gli occhi; le pupille si restrinsero sotto il fascio di luce che illuminava la cella e subito tornarono a dilatarsi, tentando di afferrare il pericolo intorno a lei. Avvertiva, ai margini della visione, dolorosamente incuneata nella sua retina, una massa d’ombra e uno scintillio, e sentiva, forse, sopra le eco della base, che qualcuno respirava in quella stessa stanza, e che le era vicino.
Era iniziata così la loro prima conversazione- il loro primo duello, che lui era stato tanto sciocco da sottovalutare.
La Forza di lei non aveva inciampi, era solo grezza, impurificata- ma persino così, nel suo procedere per vampate sempre più vive, era preziosa.
L’unica debolezza, in tanto splendore, era l’ignoranza che Rey aveva di sé.
Rancore, paura, abbandono, e la necessaria spinta a contrastare quello che li aveva originati, riposavano negli abissi del suo animo, dove stendevano robuste e ritorte radici, sulla cui tenacia lei stessa si ingannava, tentando di ignorarle, respingendole dentro di sé assieme a ricordi dolorosi e a disattese speranze.
Credeva di essere forte, e desiderava di esserlo, e procedeva così, del tutto cieca, incontro al vero duello- uno in cui né lui, Ren, ne alcun altro cavaliere o signore della guerra o grande guerriero potevano ingaggiarla con esisti altrettanto mortali.
Un giorno incontrerai te stessa, ragazza, la parte marcia, risentita, la faccia in ombra che non hai voluto vedere. Lei vorrà risposte, almeno da te, e ti chiederà perché, perché l’hai ignorata. Sarà la bambina sperduta su Jakku, con le labbra spaccate dal sole e il cervello che bolle sotto la canicola; sarà la ragazza indurita dalla fame e dalla fatica e dalle notti gelide, in cui la pietra del deserto urla e si spacca al ritirarsi del calore accumulato.
Crederai di non averla mai vista, fingerai di non sapere chi è e cercherai di scappare. Ma le ombre sono agili, e lunghe, bimba delle dune, e oh, quanto sono veloci! Alcune resistono persino alla luce e si nascondono sotto di te, e vanno dove tu vai, perché vogliono che tu le ascolti. Che tu dia loro un nome.

Ben Solo si risvegliò. I tremiti e le vampate tacevano- il silenzio di una belva ormai sazia.
Si sentiva solo il rauco crepitare degli ultimi fuochi e il fischio dei tronchi che si raffreddavano nel vento.
La terra era ferma; la neve, disciolta.
I suoi panni, fradici, avvinghiavano il suo corpo come alghe attorno a un relitto.
Qualcosa lo toccava; si irrigidì, tendendosi in ascolto. Era una mano, ed era calda, segno che, a chiunque appartenesse, quell’uomo non aveva abbandonato il suo riparo da molto.
La mano del senza faccia premette sulla sua spalla sinistra- una leggera pressione, probabilmente, ma, per quanto tardo a raggiungere i suoi centri nervosi, il dolore della parte offesa si fece strada di muscolo in muscolo, di nervo in nervo, chirurgicamente. Tentò di torcere il braccio, in risposta allo stimolo, ma l’arto era troppo intorpidito per rispondere, e lo sentì fremere debolmente.
Un insetto schiacciato, con le ali che si contorcono. Una ragazza scarabeo, un ragazzo mosca. Uno scambio equo.
Socchiuse le palpebre: il mondo galleggiava in una pallida alba artificiale, segno che il sole si stava lentamente rimarginando. Attraverso le ciglia, poteva vedere il respiro dello sconosciuto fuoriuscire in fiocchi di fumo, sfalsato dalla percezione del fiato caldo fra nuca e collo, un’informazione che impiegava un tempo preoccupantemente più lungo a raggiungere la sua mente.
- Ben? – o forse era Ren, non avrebbe saputo dirlo.
La voce non era né familiare né sconosciuta e, appena la sentì, l’aveva già dimenticata.
Un’altra mano scivolò fra il terreno e il suo costato, facendo leva per sostenerlo. Ben, o Ren, o come diamine era il suo nome, si contorse- all’improvviso, ogni singola fibra del suo corpo riacquisì un’angosciosa memoria di tutti i movimenti necessari per opporre resistenza al sollevamento, e tentò di eseguirli tutti allo stesso tempo e in ogni possibile direzione.
Era uno sforzo superiore alle sue forze effettive: un conato rabbioso lo piegò in due, e vomitò, vomitò ancora- era sicura che fosse già accaduto, di recente, ma quando? Le mani gli tennero indietro la fronte, ravviando i capelli perché non gli ricadessero sulla bocca, poi la manovra ricominciò, e così i suoi sempre più flebili tentativi di opporvisi, e nuovi conati asciutti e il rinnovato movimento delle mani per rimetterlo sulle sue gambe e forzare il braccio destro ad alzarsi e a cingere un collo, o una vita. Per quanto tentasse di guardarsi intorno, alla ricerca di un volto, non vedeva che caligine, quasi che, di colpo, le cose avessero dismesso forme e colori e si stesero allontanando da lui a una velocità molto maggiore di quella che il suo nervo ottico poteva sostenere.
Una volta, ho visto una cucciolata di cani. Erano appena nati, erano caldi e rossi come vermi, e completamente ciechi. Vedevano con l’odorato e con il tatto. Ne ho preso uno, è morto sei inverni dopo, ed era rimasto cieco da un occhio. Lui mi disse di prenderne un altro, uno migliore, ma io volevo quello deforme. Mi sembrava divertente, e mi sembrava di fargli piacere, al cane, perché io avrei voluto essere preso, se fossi stato deforme. Forse era compassione, in fondo, o forse l’ho fatto per dispetto.

Annusò. Sentì odore di bruciato e di bachelite, e di grasso per motori; e sentì sudore ma, nella privata notte che stava calando sui di lui e su di lui soltanto, avrebbe potuto trattarsi della ragazza-sole, col suo aspro sentore di vento, o di suo padre, di ritorno da una missione, bello e incurante del piccolo Ben, o di un qualsiasi sconosciuto che si fosse chinato su di lui, gratuitamente, per mera pietà.
Ragazza Sole- cap. 2
Star Wars inspired fanfiction. Kylo Ren and Rey. Italian language.
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La ragazza- sole, di là dalla grande nera ferita, lo guardò. L'aria intorno a lei era ferma, in un ardore cristallino- persino nel fragore delle valanghe, sotto la tormenta di tronchi sradicati, terra e foglie morte che staffilavano l'aria nella loro impetuosa rovina.

La lama di lei, color oltremare, non conosceva fremito- la sua, lei stessa lo aveva domato ad affogarla ancora palpitante nella neve, scossa da un assordante ronzio, come sciami di calabroni impazziti.

Poi, la ragazza sole si girò- gli rivolse le spalle, magre, misere, ma dritte, in una fermezza quasi regale, come tante volte aveva visto ergersi sua madre. Corse via: il mondo era un unico boato, orrendo, una vasta voragine dai bordi riarsi. Il mondo era la frustata impressa sul suo viso, e l'ustione del laser sulle spalle, e il blaster che, come un topo, scavava ancora nella sua carne, forse già pericolosamente vicino ai punti vitali.

Desiderò di accoccolarsi su un fianco e giacere, un nudo fagotto di sangue, aspettando che anche l'ultima isola di alberi e fango sprofondasse nel mare di lava sottostante. Tornare bambino nella culla della morte: sarebbe rassicurante, ragazza sole. Ma era davvero troppo debole- il suo corpo, ridotto ad una molliccia, tiepida prigione sempre più insofferente agli stimoli che tentava d'imprimerle, come una piccola spaventata bestia di rovo gettata dentro a una gabbia troppo grande. Si sarebbe girato fra poco; il sonno serpeggiava nel sangue, gravava sulle palpebre, e con il sonno sarebbe venuta la fine, pensò, con gratitudine.

LUI avrebbe forse tratto nuovo vigore dalle ferite- lui avrebbe saputo come riportare la ragazza sole, e rialzarsi, e ricominciare a lottare. Ma un uomo che muore non deve rimpiangere, non deve mentire, non quando è solo con se stesso nel mezzo dello sfacelo. Basta menzogne, Cavaliere di Ren, Maestro, Ragazzo-Lava: non sarai mai come lui, non ne avrai il tempo e, forse, non ne avresti avuto la forza.

La mia faccia. Brucia. La neve gli sembrava desiderabile come forse, nel suo squallido deserto interstellare, la ragazza aveva tante volte desiderato pura acqua fresca sulle labbra scorticate dal sole.

Ben Solo- ma non si sarebbe rivolto così a se stesso, se avesse potuto- stese le dita sul terreno percosso da continui singulti.

La neve rispose docilmente al suo tocco: era acquosa, scaldata dal calore che, lentamente, lo abbandonava, imbrattata di sangue e di scarpate, molte delle quali avevano lasciato una sottile traccia di sabbia: granelli minuscoli, portati fra le galassie dai logori stivali di una ragazzina.

Stirò il braccio poco più su, resistendo al dolore, finché non sentì il ghiaccio crocchiare fra le falangi e le unghie, sotto il rivestimento dei guanti, dolere per lo sforzo, mentre penetravano una sostanza più compatta: richiuse il pugno e lo avvicinò al viso: nel cuore del palmo nero c'era un piccolo grumo bianco. Lo applicò sulla ferita, soffiando fra le labbra per soffocare un gemito- di dolore o, forse, di sollievo.

Le mie labbra. Bruciano.  

Il sudore si condensava in perle di ghiaccio, sulla fronte e fra i capelli.

L'aria, scossa da correnti convettive, spazzava ora gelida, ora percorsa da grevi raffiche di bollore, provenienti dalle spaccature della crosta terrestre o, probabilmente, dalla base che, da qualche parte oltre la fenditura, continuava a esplodere nella notte, lacerando il cielo in repentini squarci di rosso.

L'emorragia al fianco sembrava essersi fermata; non durerà a lungo. Corri, ragazza, prendi il tuo piccolo traditore e l'uomo scimmia, vola fra le lingue di fuoco che hai appiccato tu stessa. Va' da lei e dille cosa ho fatto, dille che si arrenda e che mi liberi. Dille che la principessa è rimasta sola.

Ritrasse la mano e contemplò la poltiglia di sangue e nevischio: un reticolo di carne bruciata si era staccato dalla guancia e ora pendeva dalla sua mano, sottile come una ragnatela, un macabro ricamo sul cuoio del guanto.

Era sempre stato attaccato alla corporeità delle cose: la rigida gonna inamidata di Leia- quelle poche volte che indulgeva a indumenti più femminili; il carburante e l'olio ingrommati insieme al sudore sulle camicie di suo padre; il sentore di salso e sapone sulla ruvida cappa di Luke, e quell'odore di bachelite bruciata che la spada lasciava nell'aria, sferzandola col suo ronzìo mortale.

E poi la pelle- suo padre l' aveva ruvida, irta di una barba troppo presto argentata; quella di Leia era setosa, ma solo per via di quelle polveri colorate che si spalmava in faccia, con quel profumo sottile, che finiva per impregnare gli abiti e anche lui, fin tanto che aveva trascorso molto tempo fra quelle braccia. L' uomo- scimmia era morbido e caldo: ricordava il tempo in cui aveva un nome, Chewbacca, e lo portava sulle spalle. Più vicino alle stelle, innalzato da terra, un piccolo uomo sulle spalle dei giganti.

Sull'orlo dei guanti e sulla tela nera delle vesti era rimasta la scia della ragazza-sole: lei emanava moltissimi odori, tutti diversi, che i suoi sensi acutizzati dalla sofferenza rintracciavano uno ad uno. Sul polso, le stille dei loro sudori mescolati nella battaglia esalavano un acidulo sentore, odore di pelle bionda e giovane, sporca di fatica e provata dal viaggio- fluidi di un corpo macinato dall'arsura. Sulle dita,  con cui l'aveva toccata, il sangue di lei. Era amarognolo, ferroso.

Ben Solo, o ciò che ne restava, si succhiò le labbra: il suo sangue sgorgava in piccoli rivoli ed era molto più dolce di quello di lei.

La bambina era bianca e dorata in faccia, e castana come tronchi di foreste vergini. Il colore dei suoi occhi vagava in una landa sconosciuta, nell'inafferrabile confine fra terra e vegetazione. Quando il riflesso della sua spada rossa vi si era rispecchiato, avevano brillato, neri, come lo spazio, e ardenti, simili a fari al di là di profondissime acque.

R-e-y.

Il nome era nella sua testa, insieme a molte altre cose: distese accecanti, color dell'oro, colossi di pietra e di ferro e soli color porpora e interminaili giorni gemelli, non più lunghi e monotoni di una nuda tacca scavata nell'ardesia con una punta di metallo. Allora, nell'ovatta della stanza in cui si era svolto l'interrogatorio, e adesso, sopra i rimbombi, gli era parso quasi di poter sentire il gracidìo del bulino che grattava alacre come un grillo sulla superficie nera- a volte, nel silenzio, altre con l'unico contrappunto del vento fra le violacee dune del tramonto.

La mente di Rey era piena di sole, e sconfinatezze, e desolazione. Se soltanto avesse ascoltato, invece di gettarsi sulle paure dell'avversario, avida piccola rovistratrice delle sabbie, allenata a cogliere il più piccolo barlume di guadagno in una pila di rifiuti...Sangue del suo sangue.

Un accesso di tremori e un sibilo: la radura collassò di qualche piede. Il calore cresceva, segno che il magma stava risalendo.

Riuscì a rotolare sul fianco detsro, applicando una forte pressione sull sterno. La nausea si impossessò di lui per un istante, e un rivolo di vomito rossastro si riversò sulla neve, in una piccola pozza dall'odore metallico.

Ben Solo, perché ora non era rimasto che lui, nella boscaglia, sorrise; doveva trattarsi di un'orribile smorfia, vista dall'esterno: la pelle tirava come se fosse all'improvviso troppo poca per la totalità del suo viso.

Ragazza-sole...quanta acqua c'era, in quella piccola testa! Vi aveva intravisto un grande oceano- un profondo, verde pelago trapunto di lussureggianti speroni che si conficcavano nelle nuvole rigonfie di monsoni, e bianche, come i bianchissimi abiti della donna che, un tempo, lo chiamava mio piccolo Ben. Prima che i suoi occhi, da bruni, diventassero neri e freddi, e lo giudicassero, perché nelle sue vene scorreva il sangue dei Solo e la famiglia era, ancora una volta, una maledizione. Leia aveva amato suo marito, appassionatamente: ma quando il veleno del rancore aveva contaminato ogni ricordo, anche Ben Solo era diventato colpevole quanto suo padre, o almeno così era certo che fosse avvenuto.

Era precipitato facilmente nell'infuriare della loro eterna contesa, avvinghiato a loro per via dei vincoli parentali, sangue del loro sangue.

Ma mai, mai si era sentito tanto solo, in quegli infiniti innumeri giorni non più lunghi e monotoni di una nuda tacca sul muro, a segnare il tempo fra una precipitosa partenza del padre e un suo sempre più breve e distratto ritorno. Se fosse cresciuto sotto il sole, dentro al sole, affogando in mari di sabbia, vivendo di elemosina e scavando ferraglia come un palombaro, ma con Rey, forse non avrebbe scelto il cammino del Biasimo.

Ora, l'unico sangue che gli suscitasse appartenenza era quello degli altri, versato a terra e sulle sue mani; il sangue dei morti.
Ragazza Sole
Ragazza-Sole
Star Wars inspired fiction. Kylo Ren and Rey. Italian Language.
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Noruard
Italy

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:iconmasked-illustrator:
Masked-Illustrator Featured By Owner Aug 12, 2016  Professional General Artist
Thank you very much for the fav & watch!
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:iconnoruard:
Noruard Featured By Owner 16 hours ago
You are welcome ^^
Reply
:iconrymslm:
rymslm Featured By Owner Aug 4, 2016  Hobbyist Digital Artist
thank you so much for watching

*high five*
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:iconnoruard:
Noruard Featured By Owner Aug 19, 2016
It is all deserved, you are welcome ;)
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:iconorangesavannah:
OrangeSavannah Featured By Owner Jul 25, 2016  Hobbyist Digital Artist
Thanks a bunch for the watch! Much appreciated c:
Hope you have a nice day!
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:iconnoruard:
Noruard Featured By Owner Aug 19, 2016
You are welcome :)
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:iconreunaa:
Reunaa Featured By Owner Jul 19, 2016  Hobbyist Artist
thanks for the fav and watch! <3
Reply
:iconnoruard:
Noruard Featured By Owner Jul 19, 2016
You're welcome :)
Reply
:icontherapace:
TheRapace Featured By Owner Jul 16, 2016  Hobbyist Digital Artist
Thanks for the watch :D
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:iconnewatlas7:
NEWATLAS7 Featured By Owner Mar 3, 2016
Thanks for the :+devwatch: and the :+fav:! :)
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